mercoledì 4 marzo 2009

La scomparsa dei fatti

No Marco Travaglio non c'entra nulla, ma ammetto sinceramente che nel corso degli ultimi anni ho notato la progressiva necessità di narrare i fatti il meno possibile, Citare l'evento resta l'obbligo, ma la necessità non è più il narrare il progresso degli eventi, le presunte cause e le ricadute sull'intorno sul mondo circostante, ma il bisogno si è trasformato nel giudicare, criticare, cercare una soluzione plausibile, se possibile anche, un piccolo scandalo di quartiere. Predisporre il pubblico ad un giudizio sommario, ma mai eccessivamente crudele, un'ipotesi di sentenza che a poco a poco diventa quella ideale per un “caso come questo” e alla fine ci si può anche scordare dell'evento.

Non che mi stia inventando nulla, sia chiaro, nemmeno lo pretendo, ma il fastidio me lo procura una particolare sfaccettatura del tutto, ovvero che per la prima volta, da quando ho memoria, c'è un velo di omologazione che riassume tutto ciò che mi gira attorno. Negli anni passati mi ero abituato a percepire dalla fonte, decifrarla per quello che poteva rappresentare, e poi convertirla in linguaggio adatto al mio modo di ragionare. In questo mi ritenevo in grado di capire il mondo, per quel poco che è dato da capire al singolo.

Ma oggi trovo difficoltà a decriptare il tutto, questo tutto è diventato un “troppouguale” a se stesso, forse con l'andare avanti dell'età, la mia, ho perso la capacità di trovare quegli angoli da dove guardare il mondo, me lo auguro, perché la prospettiva opposta, quella di un mondo omologato in opposte, guerreggianti, fazioni mi spaventa, sopratutto per non riuscire più a percepire quel grigio che seppur sia un colore brutto, ha di certo una pari dignità rispetto al bianco ed al nero, ma il fatto di essere nel mezzo lo pone nemico acerrimo, di entrambi.


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